OSSERVAZIONI SUL CASO COMUNICATO «TUTENK» DELLA CEDU

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L’intervento di ASSEDEL in qualità di terza parte nel caso Tütenk c. Türkiye (Ricorso n. 6550/25), elaborato in collaborazione con l’Università di Urbino Carlo Bo e l’Università di Bologna, propone un’analisi sistematica dei principi interpretativi che disciplinano l’articolo 11 della CEDU (libertà di riunione pacifica) applicato alle proteste studentesche, con particolare attenzione ai limiti della criminalizzazione.

L’intervento sviluppa quattro assi teorici. In primo luogo, stabilisce che le assemblee o manifestazioni che ostacolano o interrompono le attività restano protette dall’articolo 11 qualora siano prive di intenti violenti, anche quando impediscono l’accesso alle strutture universitarie: l’interruzione o il disagio causato non equivale alla violenza.

In secondo luogo, enuncia il principio della responsabilità individuale, affermando che i partecipanti non possono essere ritenuti collettivamente responsabili degli atti commessi da altri. In terzo luogo, sostiene che gli indumenti protettivi e gli slogan politicamente controversi non costituiscono, di per sé, una prova di un intento violento. Infine, precisa l’obbligo dei tribunali nazionali di effettuare un bilanciamento esplicito e sostanziale dei diritti: quando vengono imposte severe sanzioni penali — comprese pene detentive di diversi anni — agli studenti che partecipano alle proteste, è necessaria una motivazione particolarmente rigorosa, che tenga conto dell’effetto deterrente sull’esercizio futuro dei diritti garantiti dalla Convenzione.

L’intervento si basa su una giurisprudenza consolidata — in particolare sulla giurisprudenza della Grande Camera nelle cause Kudrevičius e Laurijsen — nonché sugli standard internazionali dell’OSCE/ODIHR e del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, al fine di stabilire parametri generali per l’applicazione del test di proporzionalità nei casi che limitano la libertà di riunione pacifica.

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