
La Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, meglio conosciuta come Convenzione di Istanbul, è un importante trattato europeo volto a eliminare la violenza contro le donne. La Convenzione è nata dagli sforzi del Consiglio d’Europa volti a rafforzare la protezione delle donne, iniziati negli anni ’90. I rapporti e i dati nazionali hanno evidenziato sia la portata del problema sia significative disparità nel modo in cui gli Stati rispondono a tale violenza. Gli appelli all’azione si sono intensificati, accompagnati da un crescente sostegno politico all’armonizzazione degli standard giuridici in tutta Europa, al fine di garantire alle vittime lo stesso livello di protezione.
In risposta, il Consiglio d’Europa ha riconosciuto la necessità di stabilire standard giuridici completi per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. La Convenzione è stata adottata il 7 aprile 2011 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ed è entrata in vigore nell’agosto 2014. Da quel momento, tutti gli Stati che ratificano la Convenzione sono giuridicamente vincolati dalle sue disposizioni.
Oggi, 39 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno ratificato la Convenzione. L’influenza del Trattato si è estesa oltre l’Europa, con Stati non membri interessati a firmarlo. Tuttavia, il suo percorso non è stato privo di controversie. Negli ultimi anni, la Convenzione ha dovuto affrontare crescenti critiche e reazioni politiche in diversi Paesi. Nel luglio 2021, la Turchia, uno dei primi Stati a ratificare il trattato, si è ritirata dalla Convenzione, diventando il primo Stato membro a farlo.
Con lo spostamento dell’Europa verso destra e la crescente resistenza alla parità di genere e ai diritti delle donne, la Convenzione di Istanbul rimane una garanzia fondamentale che deve essere tutelata.
Quadro giuridico, principi fondamentali e meccanismi di monitoraggio
La Convenzione di Istanbul specifica e criminalizza diverse forme di violenza e violenza domestica, tra cui:
- Violenza fisica
- Violenza psicologica
- Stalking
- Violenza sessuale, compreso lo stupro
- Matrimonio precoce e matrimonio forzato
- Mutilazione genitale femminile
- Aborto forzato
- Sterilizzazione forzata
- Molestie sessuali
Le Parti della Convenzione devono introdurre tali reati nel proprio ordinamento giuridico qualora non siano ancora previsti. Una volta che tali reati sono stati incorporati nel sistema giuridico, lo Stato deve adottare tutte le misure necessarie per garantire che le denunce siano oggetto di indagini efficaci e che i responsabili siano debitamente perseguiti. Ciò comprende la raccolta delle prove e la valutazione di qualsiasi rischio di ulteriore violenza al fine di garantire la protezione della vittima.
La Convenzione si basa su quattro pilastri principali, i quattro “P”, che definiscono il modo in cui gli Stati dovrebbero affrontare la violenza in maniera globale: Prevenzione, Protezione, Perseguimento e Politiche integrate. Il primo, la prevenzione, richiede agli Stati di prevenire la violenza attraverso l’educazione e la sensibilizzazione. In secondo luogo, quando le misure preventive non hanno avuto successo, le vittime dovrebbero ricevere protezione e sostegno attraverso servizi specializzati, come i centri di riferimento per le vittime di violenza sessuale e le linee telefoniche di assistenza attive 24 ore su 24, 7 giorni su 7. La prevenzione comprende inoltre la garanzia che le vittime siano consapevoli dei propri diritti e siano informate su dove e come possono accedere all’assistenza. In terzo luogo, il perseguimento comprende la criminalizzazione dei reati sopra elencati, nonché la loro corretta attuazione e applicazione. Infine, la necessità di politiche integrate conferma che la lotta contro la violenza nei confronti delle donne non può essere realizzata senza la collaborazione e il coordinamento di diversi attori e istituzioni, comprese le istituzioni governative, ma anche le organizzazioni non governative e tutti i cittadini.
L’organismo indipendente di monitoraggio che verifica se gli Stati rispettano i propri obblighi ai sensi della Convenzione di Istanbul è il GREVIO, Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Attraverso valutazioni periodiche, rapporti nazionali e visite sul campo, il GREVIO valuta l’attuazione della Convenzione, formula raccomandazioni per il miglioramento e monitora i progressi nella prevenzione della violenza, nella protezione delle vittime, nel perseguimento degli autori e nella promozione di politiche coordinate. Le sue conclusioni contribuiscono a garantire che gli Stati siano chiamati a rispondere delle proprie responsabilità e li guidano nel rafforzamento dei quadri giuridici e dei sistemi di sostegno per le donne.
Un approccio basato sul genere per comprendere e combattere la violenza
Inoltre, una caratteristica centrale della Convenzione di Istanbul è il suo approccio sensibile al genere, che riconosce la natura strutturale della violenza contro le donne e della violenza domestica. In particolare, riconosce che le donne sono spesso prese di mira a causa del loro genere e che alcune forme di violenza, compresa la violenza domestica, le colpiscono in modo sproporzionato. Questa violenza è sia una manifestazione sia un fattore che alimenta le relazioni di potere diseguali tra uomini e donne.
Di conseguenza, la promozione della parità di genere e l’emancipazione delle donne sono elementi fondamentali per combattere efficacemente tale violenza. Incorporando esplicitamente il concetto di genere, la Convenzione garantisce inoltre che le misure e le politiche siano fondate su una comprensione della violenza basata sul genere, consentendo così una risposta più efficace alle esperienze e alle esigenze specifiche delle donne.
Tra gli ulteriori temi della Convenzione figurano le donne migranti e le donne rifugiate, che corrono un rischio maggiore di subire violenza e incontrano maggiori difficoltà nel superarla e nell’accedere a un adeguato sostegno giuridico e sociale. Inoltre, i bambini costituiscono un ulteriore tema, poiché, data la loro maggiore vulnerabilità e dipendenza dalle persone che se ne prendono cura, necessitano di un riconoscimento giuridico distinto e di misure di protezione specifiche per i minori. Nel caso della violenza domestica, si riconosce che i bambini non devono necessariamente essere colpiti direttamente, poiché anche assistere a tale violenza può essere altrettanto traumatico.
Sebbene la Convenzione si concentri principalmente sulle donne come vittime della violenza, essa stabilisce anche un quadro di protezione che si estende agli uomini e ai ragazzi, anch’essi esposti alla violenza, compresa quella domestica. Di conseguenza, gli Stati sono incoraggiati ad applicare tali misure anche nei loro confronti.
Reazioni negative e ostacoli al progresso
Nonostante il ruolo pionieristico della Convenzione nella lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, essa ha dovuto affrontare critiche anche da parte degli Stati che l’avevano ratificata. La Turchia è stato il primo Stato a ritirarsi, mentre la Lettonia è stata sul punto di intraprendere un’azione analoga. Inoltre, alcuni Paesi dell’UE, come Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania e Slovacchia, non hanno ancora ratificato la Convenzione, suscitando il timore che possano seguire l’esempio del governo Erdoğan.
La Convenzione è sempre più soggetta a reazioni negative di carattere conservatore e religioso, che spesso ne distorcono gli obiettivi effettivi. Tra le ragioni frequentemente addotte per la denuncia figurano le preoccupazioni secondo cui la Convenzione imporrebbe una «ideologia straniera», minando i valori familiari tradizionali o promuovendo l’omosessualità. Ad esempio, nel 2018, la Corte costituzionale della Bulgaria ha dichiarato incostituzionale la Convenzione di Istanbul, sostenendo che essa è in conflitto con il concetto binario del sesso come caratteristica fissata alla nascita. Analogamente, in Polonia, che ha ratificato la Convenzione nel 2015, la Convenzione ha subito una forte reazione negativa nel 2020 da parte dell’allora Primo Ministro Mateusz Morawiecki, che l’ha criticata per la promozione dell’«ideologia di genere». Inoltre, egli ha persino cercato di influenzare altri governi promuovendo un «trattato alternativo» volto a sostituire la Convenzione, che mira a rafforzare i valori familiari tradizionali, limitare l’aborto e vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Inoltre, la resistenza culturale, sociale e politica in alcuni Paesi ha rallentato l’adozione di misure quali un’educazione sessuale completa, il riconoscimento delle strutture familiari non tradizionali o il sostegno a gruppi emarginati come le donne migranti e le vittime LGBTQ+. Persistono inoltre lacune nell’attuazione, tra cui una formazione insufficiente del personale delle forze dell’ordine e del personale giudiziario, un accesso limitato ai servizi specializzati di assistenza nelle aree rurali o scarsamente servite e finanziamenti insufficienti per i centri di accoglienza, le linee telefoniche di assistenza e i programmi di prevenzione.
Perché la Convenzione è importante
Gli Stati che non hanno ancora ratificato la Convenzione sostengono spesso che essa sia superflua, affermando che a livello nazionale siano già presenti misure sufficienti per proteggere le donne. Tuttavia, la Convenzione di Istanbul rimane lo strumento giuridicamente vincolante più forte in materia di diritti umani e stabilisce i più elevati standard per la prevenzione e la risposta alla violenza contro le donne. Inoltre, essa stabilisce disposizioni aggiuntive che vanno oltre i quadri nazionali e forniscono un ulteriore livello di protezione.
Inoltre, il GREVIO garantisce l’accountability e contribuisce a colmare il divario tra le protezioni giuridiche formali e la loro applicazione pratica, che è spesso il punto in cui i sistemi nazionali presentano delle carenze. Per fare alcuni esempi, dall’entrata in vigore della Convenzione, lo stalking è stato criminalizzato in Albania, Portogallo e Montenegro. Il Portogallo ha inoltre recentemente criminalizzato il matrimonio forzato, mentre il Montenegro ha reso la sterilizzazione forzata un reato punibile. Inoltre, un numero crescente di Stati membri ha riformato la propria legislazione per passare da una definizione della violenza sessuale basata sulla coercizione a una basata sul consenso, come richiesto dalla Convenzione.
In definitiva, la ratifica della Convenzione non solo rafforza gli sforzi a livello nazionale, ma contribuisce anche a unificare lo standard internazionale nella lotta contro la violenza nei confronti delle donne.
Fonti:
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Ciobanu, C., & Eisenchteter, J. (2024, 8 februari). Women’s Rights in Poland and Czechia: Seeing Past the Istanbul Convention. Balkan Insight. https://balkaninsight.com/2024/02/07/womens-rights-in-poland-and-czechia-seeing-past-the-istanbul-convention/rd/
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Lane, S. (2025, 21 november). What’s happening in Latvia with the Istanbul Convention? Equality Now. https://equalitynow.org/news/news-and-insights/whats-happening-in-latvia-with-the-istanbul-convention/
The Istanbul Convention: a framework in crisis? (z.d.). GMFUS. https://www.gmfus.org/news/istanbul-convention-framework-crisis
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