Dibattito: «Gli accordi commerciali dell’UE e i diritti umani»

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Siamo orgogliosi di condividere che la tavola rotonda di ASSEDEL, «Gli accordi commerciali dell’UE e i diritti umani», si è tenuta martedì 20 gennaio presso il Parlamento europeo di Strasburgo, con la co-presidenza dell’eurodeputata Catarina Vieira (Gruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea), membro delle commissioni INTA e DROI.

L’evento ha avuto l’obiettivo di analizzare come l’Unione europea integri i diritti umani e i principi democratici nei propri accordi commerciali, con particolare attenzione alle regioni contese, tra cui il Sahara occidentale e la Palestina. Attraverso una prospettiva giuridica ed etica, il panel ha esaminato le tensioni tra interessi economici e obblighi in materia di diritti umani, valutando inoltre cosa tali sfide rivelino in merito all’approccio dell’Unione europea a una politica commerciale responsabile e fondata sui valori.

Sono stati affrontati quattro temi principali: il ruolo e l’efficacia delle clausole sui diritti umani negli accordi commerciali; i doppi standard negli accordi commerciali; un caso di studio sull’accordo commerciale UE-Marocco e il Sahara occidentale; e la questione se il commercio etico costituisca un obiettivo realistico o sia semplicemente un impegno simbolico.

È stato per noi un onore ospitare alcuni dei principali esperti del settore.

Equilibrare commercio e diritti: l’eurodeputata Catarina Vieira sulle sfide della responsabilità dell’UE nella politica economica globale

L’eurodeputata Catarina Vieira ha aperto il panel spiegando che il commercio viene sempre più strumentalizzato per promuovere interessi economici e geopolitici specifici, richiamando l’attenzione sull’aumento delle minacce tariffarie, sull’intensificarsi delle rivalità tra le potenze globali e sulla crescente tendenza a privilegiare gli obiettivi economici rispetto ai diritti civili e umani.

Passando al contesto dell’UE, ha criticato il predominio delle narrazioni sulla competitività e delle attività di lobbying dell’industria nella definizione della politica commerciale, in un contesto caratterizzato da un numero crescente di accordi con partner che presentano una situazione deficitaria in materia di diritti umani e una debole tutela ambientale.

La signora Vieira ha inoltre evidenziato la contraddizione tra l’impegno dichiarato dell’UE a favore dei diritti umani e le sue pratiche concrete, indicando come esempi significativi l’Accordo di associazione UE-Israele e l’Accordo commerciale UE-Marocco.

Ha inoltre espresso preoccupazione per l’indebolimento dei meccanismi giuridici interni, tra cui la normativa sulla due diligence aziendale (Corporate Due Diligence Law), che compromette la responsabilità per le violazioni dei diritti umani nelle catene di approvvigionamento globali.

Pur riconoscendo l’importanza del commercio per il ruolo globale dell’UE, ha sottolineato che le relazioni economiche non devono avvenire a scapito degli obblighi vincolanti in materia di diritti umani e diritto internazionale, concludendo con un richiamo alla necessità di rafforzare la responsabilità e i meccanismi di applicazione.

Il professor Alan Hervé sull’evoluzione e le sfide dei diritti umani nella politica commerciale dell’UE

Successivamente, l’intervento del professor Hervé ha collocato l’integrazione dei diritti umani negli accordi commerciali dell’UE nel loro contesto storico.

L’inclusione delle clausole sui diritti umani si è evoluta nel corso del tempo, con le sue origini negli anni ’90. In particolare, l’Accordo di associazione UE-Tunisia (art. 2) ha stabilito che il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani costituisce un elemento essenziale dell’accordo.

Inoltre, secondo il diritto internazionale consuetudinario, la violazione di tali elementi essenziali può creare la possibilità di denunciare o sospendere gli Accordi di libero scambio (ALS).

A seguito del Trattato di Lisbona (2009), l’attenzione si è spostata verso i capitoli relativi a «Commercio e sviluppo sostenibile» (TSD). Tali capitoli riguardano i diritti sociali e gli standard ambientali, compresi i riferimenti all’eliminazione del lavoro minorile.

Il professor Hervé ha inoltre spiegato che, mentre in alcuni Accordi di libero scambio il rispetto dei diritti umani costituisce un elemento essenziale, in altri non vi è alcun riferimento ai diritti umani, come nel caso dell’accordo tra l’UE e il Regno Unito. Ciò solleva questioni fondamentali riguardo alla presenza di doppi standard.

In particolare, ha evidenziato i limiti all’effettiva attuazione delle clausole sui diritti umani contenute negli accordi commerciali. Sebbene l’efficace attuazione sia spesso ostacolata da meccanismi non vincolanti e dalla mancanza di solidi meccanismi di monitoraggio, essa dipende anche in larga misura dalla volontà politica dell’Unione europea di agire quando i diritti umani vengono violati nell’ambito degli accordi commerciali dell’UE.

Infine, ha nuovamente sottolineato l’esistenza di doppi standard, ponendo la questione se le violazioni dei diritti umani riguardino esclusivamente i partner commerciali dell’UE o se anche la stessa UE sia in qualche modo complice.

Intervento dell’eurodeputata Lynn Boylan: i doppi standard negli accordi commerciali dell’UE

L’eurodeputata Lynn Boylan ha offerto un’ulteriore prospettiva critica sul divario tra la retorica e la realtà dell’UE, con particolare attenzione ai territori occupati della Palestina e del Sahara occidentale.

Ha sottolineato che, sebbene il multilateralismo e i diritti umani siano stati principi fondanti dell’Unione europea, nella pratica l’UE si è allontanata dal rispetto dei diritti umani nei propri accordi commerciali.

Oggi il commercio è sempre più guidato dal profitto e dagli interessi geopolitici, piuttosto che dall’applicazione del diritto internazionale.

Facendo riferimento ai suoi incarichi presso la commissione INTA e in qualità di presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Palestina, ha evidenziato come il commercio dell’UE con Israele rappresenti una forma di complicità nel genocidio a Gaza e nell’occupazione illegale del territorio palestinese.

Ciò costituisce una chiara violazione dell’articolo 2 dell’Accordo di associazione UE-Israele, il quale stabilisce che il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici costituisce un elemento essenziale dell’Accordo.

Nonostante tale clausola, l’UE continua le proprie relazioni commerciali come di consueto, ignorando sia le disposizioni in materia di diritti umani contenute nell’Accordo sia il Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (CIJ) del luglio 2024, che impone agli Stati di astenersi da rapporti economici o commerciali che consolidino la presenza illegale di Israele.

Passando al Sahara occidentale e al suo ruolo di relatrice permanente per la regione del Maghreb presso la commissione INTA, Boylan ha spiegato come anche la Commissione abbia ignorato le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) e il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione, promuovendo modifiche all’Accordo UE-Marocco senza consultare il Fronte Polisario, il legittimo movimento che rappresenta il popolo sahrawi nella sua lotta per l’autodeterminazione.

Nel tentativo di conformarsi alla sentenza della Corte, la Commissione ha proposto di fornire finanziamenti ai settori chiave della regione, tra cui l’irrigazione e l’energia, estendendo al contempo gli aiuti umanitari ai campi profughi di Tindouf, strumentalizzando così l’assistenza umanitaria.

Poiché i finanziamenti non sono soggetti a un principio di differenziazione, essi andranno a beneficio dei coloni marocchini e delle imprese che operano illegalmente nel territorio e, in ultima analisi, finiranno per incentivare l’occupazione illegale.

Nel loro insieme, questi casi rivelano una politica commerciale incoerente da parte dell’UE, che applica criteri selettivi nell’integrazione dei diritti umani.

Ciò finisce per compromettere la credibilità dell’UE stessa e la pone in una posizione geopolitica difficile.

La signora Boylan chiede un cambiamento fondamentale di paradigma nella politica commerciale dell’UE, sostenendo che l’integrazione coerente dei diritti umani e del diritto internazionale non rappresenta soltanto un imperativo morale, ma è anche fondamentale per tutelare la credibilità dell’UE sia sul piano geopolitico sia nell’ambito del diritto internazionale.

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Commercio UE-Marocco e diritti del popolo sahrawi

Omar Mansour sul commercio UE-Marocco e i diritti del popolo sahrawi

L’intervento di Omar Mansour, Ambasciatore della Repubblica Sahrawi, ha ricordato che il Sahara occidentale è un Territorio non autonomo sotto la responsabilità delle Nazioni Unite e che il suo popolo gode di un diritto all’autodeterminazione riconosciuto a livello internazionale e riaffermato dalle Nazioni Unite, dalla Corte internazionale di giustizia (CIG) e dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE).

Ha sottolineato che la consultazione non equivale al consenso e che il massimo organo giudiziario dell’UE ha stabilito costantemente che nessun accordo con il Marocco può essere legalmente applicato al Sahara occidentale senza il consenso esplicito del suo popolo.

Tuttavia, gli accordi commerciali tra l’UE e il Marocco hanno consentito lo sfruttamento delle risorse sahrawi senza un adeguato consenso. Ciò favorisce soggetti esterni, escludendo al contempo il popolo sahrawi e violando i suoi diritti umani, compresa la sua sovranità sulle risorse naturali.

Dal punto di vista dei diritti umani, questa situazione è allarmante. La sovranità permanente sulle risorse naturali costituisce un obbligo giuridico e gli accordi commerciali che ignorano tale principio rischiano di trasformare la cooperazione economica in uno strumento che aggrava, anziché porre rimedio, a una situazione illegale.

Facendo eco alle osservazioni della signora Boylan, il signor Mansour ha criticato l’incoerenza dell’UE nell’applicazione degli obblighi in materia di diritti umani e ha avvertito che il mancato rispetto delle chiare sentenze della CGUE non solo compromette la credibilità dell’Unione nel diritto internazionale, ma indebolisce anche la sua posizione come attore normativo nella governance globale.

In conclusione, parlando in qualità di rappresentante del Fronte Polisario, ha esortato l’Unione europea a rispettare le decisioni della propria Corte, a escludere il Sahara occidentale dagli accordi UE-Marocco in assenza del consenso del suo popolo, a garantire un’etichettatura trasparente dei prodotti e ad allineare pienamente la propria politica commerciale agli obblighi in materia di diritti umani.

Hélionor de Anzizu (CIEL) sull’allineamento del commercio dell’UE con i diritti umani e la sostenibilità

L’intervento di Anzizu ha apportato una dimensione più ottimistica al dibattito, spiegando che il commercio può — e dovrebbe — svolgere non solo una funzione economica, ma anche fungere da strumento per promuovere pratiche etiche e sostenibili a livello globale.

Ha evidenziato la capacità dell’UE di utilizzare il commercio come strumento diplomatico, sfruttando l’accesso ai vantaggi commerciali per incoraggiare la ratifica di trattati in materia di diritti umani e ambiente.

Questo approccio consente all’UE di esercitare un’influenza sui Paesi partner senza ricorrere alla coercizione, rispondendo al contempo alla crescente domanda dell’opinione pubblica di catene di approvvigionamento etiche.

Ha inoltre sottolineato l’importanza della responsabilità lungo le catene di approvvigionamento, evidenziando che la liberalizzazione del commercio può contribuire al miglioramento dei diritti umani attraverso l’occupazione e la crescita economica, ma che un commercio incondizionato rischia di incentivare gli abusi.

Ha concluso che i diritti umani rappresentano un potente strumento di influenza nella politica estera, efficace solo se l’UE li pone coerentemente al centro dei propri accordi commerciali, allineando le relazioni commerciali con obiettivi etici e strategici.

Intervento di Pichamon Yeopantong, esperta indipendente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani

Il contributo della signora Yeopantong ha sottolineato che il commercio non consiste semplicemente nello scambio di beni o capitali, ma è un processo che incide profondamente sulle persone — lavoratori, agricoltori, comunità indigene e famiglie — che sono, in ultima analisi, i titolari dei diritti interessati dai termini e dagli effetti degli accordi commerciali.

Da questa prospettiva, la politica commerciale è intrinsecamente una questione di diritti umani e la sua legittimità dipende dal fatto che essa protegga o comprometta i diritti delle persone interessate.

Ha inoltre riflettuto sugli sforzi compiuti dall’UE negli ultimi decenni per integrare i diritti umani nei propri quadri commerciali, sottolineando al contempo che la sfida decisiva risiede nell’attuazione e nella coerenza.

La semplice inclusione di clausole sui diritti umani non è sufficiente se tali clausole non vengono applicate in modo rigoroso e uniforme. In questo contesto, la signora Yeopantong ha avvertito che, mentre l’UE cerca di rafforzare la propria competitività globale, ciò non deve diventare un pretesto per abbassare gli standard o marginalizzare i diritti umani.

Come sottolineato anche dalla signora Anzizu, la signora Yeopantong ha concluso ribadendo che gli accordi commerciali, quando sono realmente concepiti e attuati ponendo i diritti umani al centro, possono costituire potenti strumenti di cambiamento positivo e rafforzare il ruolo dell’UE come attore globale impegnato a favore di un commercio sostenibile e basato sui diritti umani.

In sintesi, la tavola rotonda di ASSEDEL ha evidenziato sia il potenziale sia le sfide legate all’allineamento della politica commerciale dell’UE con i diritti umani.

Sebbene gli accordi commerciali dell’UE includano sempre più frequentemente clausole sui diritti umani, la loro applicazione incoerente, la mancanza di volontà politica nel darvi attuazione e la priorità accordata agli interessi economici o geopolitici finiscono spesso per indebolire tali impegni, in particolare in regioni contese come il Sahara occidentale e la Palestina.

Al tempo stesso, il panel ha offerto una prospettiva costruttiva: quando gli accordi commerciali sono concepiti e applicati ponendo i diritti umani e la sostenibilità al centro, possono fungere da strumenti per promuovere cambiamenti positivi e rafforzare la credibilità dell’UE come attore normativo sulla scena globale.

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