
ASSEDEL ha avuto il piacere di intervistare Cecilia Strada, eurodeputata italiana appartenente al gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici ed ex presidente della ONG Emergency.
L’intervista si è concentrata sul tema della migrazione, al centro dell’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. I membri del Parlamento europeo hanno votato a favore della prima lista a livello dell’UE dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” per i richiedenti asilo, nonché di nuove norme che definiscono quando un Paese extra-UE può essere classificato come sicuro.
In linea con la proposta della Commissione europea, l’elenco comune iniziale comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. La creazione di questo elenco consentirà di accelerare l’esame delle domande di asilo presentate dai cittadini di questi Paesi.
Per Strada, l’approvazione di questa lista è un chiaro sintomo della direzione preoccupante che sta prendendo l’Unione europea, nella quale la politica è dettata da visioni propagandistiche piuttosto che da fatti concreti. Ci spiega l’importanza dell’esperienza sul campo e dell’empatia e invita i cittadini ad agire, affinché la loro voce venga ascoltata.
Quale direzione pensa che stia prendendo l’Unione europea sui temi della migrazione e dell’asilo?
Penso che l’UE stia andando nella direzione sbagliata. I migranti sono bersaglio della peggiore propaganda; vengono utilizzati dalla destra e talvolta persino dal centrodestra per promuovere la propria agenda politica e conquistare il consenso degli elettori sulla base di informazioni false.
Pensiamo al fatto che tutti, da Confindustria alla Banca d’Italia, fino alla Banca Centrale Europea, ci dicono che abbiamo bisogno di lavoratori stranieri: il nostro sistema economico si basa su questa necessità. La maggior parte dei Paesi europei sta affrontando ormai un inverno demografico; abbiamo bisogno di lavoratori stranieri. La domanda dovrebbe essere: come possiamo garantire che questi lavoratori possano arrivare qui in sicurezza?
Invece, l’Unione europea sta andando nella direzione opposta. Una direzione propagandistica basata sul convincere i cittadini europei che la migrazione sia un’emergenza. Un falso mito che è stato smentito dai dati raccolti da Frontex ed Eurostat, che ci dicono che sia gli arrivi sia le richieste di asilo sono in diminuzione. Questo non è necessariamente un dato positivo, perché potrebbe significare che le persone rimangono bloccate nei Paesi di transito, nei centri di detenzione in Libia, ma non c’è alcuna emergenza.
Ciò che mi disgusta davvero è la disumanizzazione dei migranti, che vengono trasformati in strumenti e considerati come oggetti. La narrazione è che esistano potenze straniere nemiche che sfruttano i migranti spingendoli verso le nostre frontiere. Se fosse così, per me sarebbe un motivo in più per proteggere queste persone che sono state sfruttate. Invece, le istituzioni europee ritengono che questo sia un motivo per costruire muri e respingerle.
Pensa che le persone dovrebbero essere preoccupate?
Penso che dovremmo guardare a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti e chiederci davvero: vogliamo la stessa cosa? Perché mi sembra che stiamo prendendo la stessa direzione, con una violenza naturalmente meno visibile, senza sparare in faccia ai cittadini europei, ma la direzione che stiamo prendendo è quella delle deportazioni e della riduzione dei diritti.
Dobbiamo stare attenti, perché quando i diritti di qualcuno vengono negati, quando accettiamo che le persone al potere possano decidere di negare i diritti fondamentali, è solo questione di tempo prima che anche ad altri vengano sottratti i loro diritti, semplicemente perché qualcuno al potere lo ha deciso.
Quindi, la lezione che ho imparato è che o i diritti sono garantiti a tutti, oppure tutti sono in pericolo e, purtroppo, stiamo andando verso una direzione talmente preoccupante che dovremmo sentirci tutti minacciati. Una conseguenza della direzione intrapresa dall’UE è l’esternalizzazione delle frontiere, di cui l’accordo tra Albania e Italia è un esempio evidente.
Pensa che siamo solo all’inizio del processo di esternalizzazione? Si stanno adottando misure efficaci per rendere operativi in futuro i centri in Albania?
I centri in Albania sono qualcosa di diverso da ciò che l’UE sta immaginando con questo nuovo percorso, che si concentra su centri per i rimpatri situati in Paesi terzi, che avrebbero poi piena giurisdizione, mentre i centri in Albania rimangono sotto la giurisdizione italiana.
È un grande esempio di come le cose non dovrebbero essere fatte, perché, anche se sottoposti alla giurisdizione italiana, è impossibile garantire i diritti fondamentali se il centro si trova al di fuori del territorio italiano.
Sono stata in Albania per effettuare tre ispezioni del centro; anche i miei colleghi del Parlamento italiano e del Parlamento europeo sono stati lì e, ogni volta, abbiamo riscontrato gravi violazioni dei diritti umani. Anche i centri in Italia sono mezzi vuoti, quindi non c’era alcuna necessità di costruire il centro in Albania.
In ogni caso, noi Socialdemocratici continueremo a lottare per i diritti di tutti e poi vedremo se i giudici nazionali decideranno di agire e di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea, per verificare se tutto ciò che sta accadendo sia conforme al diritto internazionale e ai valori e ai principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Nel contesto del suo lavoro politico, quanto è importante aver vissuto personalmente determinate realtà prima di parlarne qui, al Parlamento europeo?
Mi sento molto fortunata ad essere entrata nel mondo della politica dopo molti anni trascorsi a fare altro, lavorando come operatrice umanitaria e impegnandomi sul campo per la protezione dei diritti umani. Sicuramente ho meno esperienza in politica e nelle negoziazioni rispetto ai miei colleghi che hanno fatto politica per tutta la vita, ma intendo imparare. Ho altre competenze; per esempio, il mio naso è come una bussola, perché quando lavori sul campo tutto ha un odore, puoi toccare le cose con le tue mani. Conosco persino l’odore di un bambino che ha calpestato una mina.
Le stesse mine che ora diversi Paesi europei vogliono ricominciare a produrre. Questa cosa mi fa davvero impazzire, perché è stata una delle mie prime battaglie come attivista: avevo 14 anni quando ho iniziato a impegnarmi per la messa al bando delle mine. Ora mi chiedo se le persone che stanno spingendo per produrle nuovamente abbiano mai visto una persona ferita da una mina, perché io ne ho viste centinaia sul campo e so per certo che dalle mine non può venire nulla di buono. Lo stesso vale per le politiche migratorie: queste persone sono mai state in mare? Uno dei grandi vantaggi che abbiamo lavorando al Parlamento europeo è avere il budget e il tempo necessari per andare a lavorare sul campo.
Sono stata a Calais per vedere le persone che cercano di attraversare la Manica e che vivono nascoste, cercando di sfuggire alle brutalità della zona di frontiera francese. Sono stata in Albania; ho partecipato a una missione sull’isola di Kos, in Grecia, per visitare il centro per le deportazioni. Sono stata a visitare i CPR mostrando il mio badge del Parlamento europeo, che ci offre questa straordinaria opportunità di ispezionare questi centri. Per me, il campo è tutto.
Ho detto alle persone del mondo da cui provengo, alle associazioni, ai miei ex colleghi e agli amici che lavorano ancora sul campo, di prendermi per un orecchio e riportarmi a spazzare il ponte di una barca se dovessero vedere che non utilizzo più il mio naso per distinguere tra la politica giusta e quella sbagliata.
Nel lavoro che svolge al Parlamento insieme ai suoi colleghi, pensa che ci sia un tema che le sta particolarmente a cuore e che venga sistematicamente escluso dal dibattito politico?
Penso che ciò che manca sia guardare alle persone come persone e non come una semplice categoria. Se non guardiamo alle persone come tali, è più facile avere meno empatia. Lo stesso vale per le persone in Palestina: le vediamo soltanto come numeri. Dovremmo parlare delle persone dando loro nomi e volti; altrimenti, quando leggiamo “53 persone morte nel Mediterraneo”, vediamo soltanto un numero, giriamo pagina e smettiamo di pensarci.
E poi, naturalmente, dovremmo eliminare tutta la propaganda dal tavolo del dibattito. Tutti sono d’accordo sul fatto che dobbiamo regolamentare i flussi migratori, ma non a scapito della protezione dei diritti fondamentali. La chiusura totale delle frontiere che vogliono la destra, l’estrema destra e il centrodestra non è realistica e, anche se lo fosse, non sarebbe auspicabile: abbiamo bisogno di lavoratori stranieri.
Come pensa che dovremmo combattere la propaganda?
Non è facile, perché i concetti che dobbiamo spiegare sono complessi, mentre gli slogan sono accattivanti anche quando sono falsi. Le persone che vogliono lavorare onestamente sono svantaggiate, ma dobbiamo continuare a lottare. Forse dovremmo trovare un nuovo modo di comunicare, ma l’unico modo per combattere la propaganda è attraverso fatti concreti.
Per concludere, ha un messaggio di speranza per i giovani?
Pensate all’Europa come alla vostra casa e pensate a come volete costruirla. Noi siamo l’Unione europea; abbiamo elezioni dirette per il Parlamento, mentre il Consiglio è l’espressione dei governi nazionali, che sono anch’essi eletti dai cittadini. Dimentichiamo che le persone hanno potere. Dobbiamo votare, protestare, scioperare. Dobbiamo abbassare l’età media del Parlamento europeo, abbiamo bisogno di nuove idee e di nuove esperienze. L’UE è la vostra casa: se non vi piace com’è adesso, non andatevene, cambiatela!
ASSEDEL, con sede a Strasburgo e impegnata nella promozione dei diritti umani e dei valori europei, continua a seguire e a fare luce sugli sviluppi che plasmano il futuro della democrazia europea e delle relazioni internazionali.
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